Il regista Dani de la Torre lancia su Prime Video Zeta, un thriller di spie con Mario Casas nel ruolo di agente del CNI. Approfittando del lancio, il cineasta ha lanciato una critica diretta: in Spagna esiste un complesso di inferiorità verso le produzioni nazionali, soprattutto in generi come quello della spionaggio. Segnala che il pubblico tende a considerare poco credibili le rappresentazioni di professionisti spagnoli in finzione, qualcosa che non accade con le produzioni anglosassoni.
La produzione su grande scala come strumento narrativo e tecnico 🎬
Per combattere quel pregiudizio, Zeta punta su una scala visiva e di produzione che equipari i suoi codici a quelli del genere internazionale. Questo implica un lavoro tecnico meticoloso in fotografia, location e postproduzione, cercando un risultato che non generi distanza con lo spettatore abituato a Hollywood. L'obiettivo tecnico è chiaro: creare un linguaggio cinematografico solido che sostenga la storia e renda credibile il suo mondo, senza che la produzione sia percepita come un limite.
Un agente spagnolo? Che non porti ventaglio e toro di Osborne! 😅
Sembra che per far accettare un personaggio spagnolo sullo schermo, debba evitare a tutti i costi gli stereotipi folkloristici. Ma la vera sfida è maggiore: riuscire a far sì che lo spettatore non si aspetti che l'agente del CNI tiri fuori una tortilla dalla sua valigetta in mezzo a un inseguimento, o che il villain faccia il suo discorso malvagio mentre beve una caña. L'autenticità, a quanto pare, inizia superando la nostra risata debole davanti a ciò che è locale quando si veste da thriller serio.